danielelussana, insieme

insieme perché solo con il confronto e il dialogo riusciremo a trasformare la nostra delusione e la nostra rabbia in qualcosa che ci avvicini alla realizzazione delle nostre speranze…

…sindacarrozzoni/1…

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In principio furono gli inglesi con le “Trade Unions“.

Fino alla prima metà dell’800 non esisteva alcuna organizzazione a dare una prima risposta a quegli operai che, senza voce, reclamavano condizioni di lavoro più umane e dignitose e la concessione dei più elementari diritti. Seguirono nel corso del XIX secolo tutti gli altri Paesi europei.

Con l’avvento e la rapida diffusione del sistema industriale, ancora necessariamente legato alla forza lavoro data dalle “braccia” stesse dei lavoratori, la corsa alla produzione (e al profitto) e la (+ o -) sana concorrenza hanno portato molti degli industriali dell’epoca a pretendere, (calpestando diritti, allora addirittura nemmeno previsti e la dignità dei dipendenti) cercando per mezzo dello sfruttamento e del ricatto, di trarre sempre più capacità produttiva dagli stessi.
Gli Stati, alcuni neonati altri in “formazione”, tra le loro Norme prevedevano ben poche tutele per i lavoratori, anche perchè in molti casi il potere economico e quello politico era in mano a ristrettissimi gruppi di persone che non avevano (letteralmente) alcun interesse nel concedere diritti che potevano essere causa di minor fatturato.

E’ chiaro che i singoli lavoratori ottocenteschi non avessero voce e spazi per esporre e “mettere sul tavolo” le proprie istanze.

Allora il concetto di “tavolo” in ambito lavorativo dava solo riferimenti legati alla produzione di mobili in legno.

Come accennato prima, una delle “armi del padrone” era il ricatto. I lavoratori, e talvolta la rispettive famiglie (non era difficile infatti trovare interi nuclei familiari all’interno della stessa fabbrica) intimoriti dall’idea di perdere l’unica fonte di sostentamento abbassavano il capo e accettavano.
Naquero così, come strumento di risposta a queste esigenze, i primi sindacati, che nel corso dei decenni ci hanno accompagnato nei mutamenti della società, tra guerre e rivoluzioni economiche e culturali.

Anche i più faziosi detrattori delle organizzazioni sindacali riconoscono ad esse di aver sicuramente dato un ampio e riconosciuto contributo per la conquista, non senza difficoltà, di diritti e di Norme (dallo Statuto dei Lavoratori alle Norme sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, per esempio) che ora riteniamo fondamento della nostra civiltà.

In Italia, fino ad un certo punto, “i sindacati hanno fatto i sindacati”, perseguendo la “mission originale” vigilando attivamente e dall’interno al fine venissero rispettati quei diritti e quelle tutele così duramente e caramente conquistate negli anni.
Poi è successo qualcosa… oppure si è appalesato il risultato di un cambiamento che già era presente sotto-traccia nel nostro Paese. Infatti al lento declino delle organizzazioni politiche (partiti) e della classe industriale (sempre più “a carico dello Stato” invece che esserne fonte e occasione di ricchezza, prosperità e opportunità) si affiancò il declino e la degenerazione delle organizzazioni sindacali.

I sindacati cominciarono a somigliare sempre più ai partiti prendendone non solo la sembianza ma anche il tipico corredo di difetti, talvolta avventurandosi su temi diversi e lontani da quello “di competenza”, il lavoro.
Così, lo smarcamento (di fatto) dal “mondo dei lavoratori” e la loro trasformazione in entità autoreferenziali, a volte adibiti a strumento quasi personale del Segretario Generale di turno, hanno contribuito alla creazione dell’immagine attuale di cui “godono” queste organizzazioni (credibilità, apprezzamento). Questa immagine/idea è soprattutto diffusa fra i più giovani ovvero tra coloro che non “hanno conosciuto” i sindacati negli anni in erano ancora definibili tali.

Ora, cercando di giungere ad una coclusione, fatta questa breve e grezza analisi, possiamo tutti giungere senza problemi ai miei stessi interrogativi. Magari banali, ma a guardar bene essenziali, che ci consegnano una delle possibili “soluzioni”.

Per come sono strutturati ora in Italia i sindacati (ci) servono? Rispondono ancora a  quella che dovrebbe essere la loro “mission”?

Per trovare risposte a queste domande basta fare un semplice ragionamento di pochi passaggi.

Premesso e accertato che dall’800 ad oggi è cambiato praticamente tutto; che fino a qualche decennio fa anche i sindacati hanno seguito questo cambiamento ricalibrando di volta in volta metodo e linguaggio al fine di perseguire gli obiettivi per cui essi stessi esistono; che è cambiata anche “l’etica” della classe industriale e che sul piano normativo (grazie – come detto – anche al contributo dei sindacati) gli Stati si sono dotati di strumenti di tutela che possiamo definire avanzati; non sarebbe una soluzione migliore (e un’azione migliore da parte dei sindacati, o meglio da chi li governa) aprirsi verso proposte e dinamiche simili a quelle sperimentate (con successo) in altri Paesi occidentali?

Se invece che di Articolo 18 Camusso&Co. spingessero per aprire una seria riflessione/discussione su pratiche come la “Cogestione”, portando come base di partenza ciò che già oggi può essere osservato in Germania, per esempio, dove la pratica è consolidata? Questo tipo di rapporto potrebbe ridisegnare la forma stessa dei sindacati (perchè non concentrarsi per esempio su formazione e riposizionamento?) . Nello stesso tempo questo modello di governance responsabilizzerebbe maggiormente, grazie alla partecipazione attiva alla gestione e alla pianificazione aziendale, anche il lavoratore, limitando in ultimo anche le occasioni di “scontro” avendo le parti la possibilità di un confronto costante e legato a “veri interessi reciproci”.

Ora i sindacati rincorrono “temi-caldi”, stringono “temi-feticcio”, rastrellano tesseramenti tra ottuagenari per mantenere una mastodontica struttura… quasi fosse una creatura Statale.

Quando i sindacati si accorgeranno e ammetteranno di essere diventati da strumento di cura a parte della malattia e si ricorderanno di esser nati per difendere i lavoratori e non loro stessi? Forse quel giorno anche i lavoratori, in qualche modo e forma, ne troveranno (di nuovo) giovamento…

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